L’editoriale di Matteo Lauria – A Corigliano-Rossano, nel dibattito seguito all’operazione Ginestra, torna il solito argomento: bisogna tutelare l’immagine della città. Ma tutelarla da cosa? Dalle eventuali condotte criminali oppure dalle notizie che le riguardano? La differenza è enorme. E continuare a confondere le due cose significa spostare l’attenzione dal problema a chi lo porta alla luce.
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Diciamolo apertamente: se la tutela dell’immagine diventa un invito a tacere, siamo davanti a un ragionamento sciocco. E subdolo nei suoi effetti, perché finisce per mettere sotto accusa chi informa e chi indaga, lasciando sullo sfondo le condotte da accertare.
Se un reato è stato commesso, il danno nasce da quel reato. Non dal momento in cui un cittadino ne viene informato. Chi eventualmente lo ha commesso avrebbe dovuto preoccuparsi allora della propria città, delle persone danneggiate, delle conseguenze delle proprie scelte. Pretendere dopo il silenzio degli altri è una comoda inversione delle responsabilità.
Questo non autorizza nessuno a trasformare gli indagati in colpevoli. Nell’inchiesta Ginestra ogni posizione deve essere valutata individualmente e le responsabilità devono essere dimostrate. Un’indagine non è una sentenza. Ma la presunzione d’innocenza tutela le persone: non impone di nascondere l’esistenza delle indagini.
Anche l’informazione ha obblighi precisi. Deve verificare, distinguere le accuse dai fatti accertati, dare spazio alle difese e raccontare con la stessa attenzione gli sviluppi favorevoli agli indagati. Deve correggere gli errori ed evitare di dipingere un’intera comunità come criminale. È su questi comportamenti che va giudicato un giornale. Non sulla sua disponibilità a risparmiare alla città una notizia scomoda.
C’è poi una contraddizione che dovrebbe farci arrossire. Quando la magistratura non interviene, si denuncia l’assenza dello Stato. Quando interviene, si lamenta il danno d’immagine. Prima si chiedono controlli, indagini e risposte; dopo ci si preoccupa che quelle risposte finiscano sui giornali.
Decidiamoci. Non possiamo invocare la legalità soltanto finché resta una parola innocua nei discorsi pubblici. Chiedere che le istituzioni facciano il proprio dovere significa accettare anche il disagio delle domande, degli accertamenti, delle notizie. Significa poter criticare un provvedimento nel merito, senza attribuirgli automaticamente una volontà di screditare il territorio.
E smettiamola di trattare ogni inchiesta come un marchio impresso sulla carta d’identità di tutti i residenti. Un cittadino di Corigliano-Rossano non deve giustificarsi per il fatto di vivere qui. Non porta addosso le accuse rivolte ad altri. La responsabilità personale non può diventare una colpa collettiva, ma neppure dissolversi dietro l’orgoglio cittadino.
Il punto è scegliere di che cosa preoccuparsi: della qualità della vita pubblica, della libertà delle persone, della trasparenza delle decisioni. Se invece la prima domanda è come evitare una brutta figura, stiamo privilegiando l’apparenza proprio quando servirebbe affrontare la sostanza.
Una città si difende sostenendo chi denuncia, pretendendo istituzioni trasparenti, respingendo intimidazioni e favori illeciti. Si difende rispettando gli indagati e il lavoro di chi deve accertare i fatti. Si difende consentendo ai giornalisti di fare domande, anche quando le risposte possono risultare sgradevoli.
L’immagine migliore nasce da comportamenti credibili. Non dal controllo del racconto pubblico.
Perciò basta con questa difesa di facciata, buona per chiedere prudenza agli altri e responsabilità a nessuno. Contestiamo le falsità, gli errori, le generalizzazioni: sempre, con precisione. Ma non usiamo l’amore per Corigliano-Rossano per suggerire che certe notizie sarebbe meglio non darle.
Evolviamoci. La città merita verità, rispetto e responsabilità. Il silenzio non è una politica di tutela.






