Ginestra, spiegare la revoca non è attaccare Stasi: giornalismo non deve chiedere permesso | VIDEO

MATTEO - COMMENTI

L’intervento di Matteo Lauria – A Corigliano-Rossano, nelle ore successive alla revoca delle misure cautelari nell’inchiesta Ginestra, sono stato criticato per aver spiegato la fase giudiziaria che stiamo attraversando. Rispondo per rispetto dei lettori e per chiarire il senso del mio intervento: informare significa offrire strumenti per capire, anche quando le precisazioni disturbano chi vorrebbe soltanto festeggiare.

Sono contento che Flavio Stasi sia tornato libero. La vicinanza umana a persone che conosciamo appartiene alla vita di una comunità. In una città dove rapporti personali, professionali e politici si incrociano continuamente, questa soddisfazione è comprensibile. Pensavo fosse superfluo precisarlo, ma evidentemente occorre distinguere i sentimenti personali dal lavoro giornalistico.

Ho ricordato che siamo sul terreno delle misure cautelari. La revoca va riconosciuta nel suo valore, leggendo le ragioni del giudice, senza trasformarla automaticamente nella conclusione dell’intera vicenda. Allo stesso modo, l’applicazione di una misura non autorizzava nessuno a considerare colpevoli gli indagati. Il criterio deve restare identico prima e dopo.

Il pubblico ministero può appellare un provvedimento di revoca davanti al tribunale competente; contro la successiva decisione è possibile ricorrere in Cassazione nei modi previsti dalla legge. Descrivere queste possibilità non significa annunciare impugnazioni già presentate, prevederne l’esito o auspicarle. Significa spiegare quali passaggi possono ancora esserci. È su questa distinzione che ho invitato alla prudenza.

Non pretendo di possedere la verità. Propongo una lettura che può essere contestata, corretta e discussa. Ma il dissenso richiede argomenti: quale passaggio sarebbe sbagliato? Quale informazione sarebbe inesatta? Attribuirmi ostilità verso Stasi evita queste domande e sposta il confronto dalle cose dette alle intenzioni che qualcuno decide di assegnarmi.

Questa indipendenza viene da lontano. Ricordo gli anni intorno al 1995, quando lavoravo in radio e nella precedente città di Rossano amministrava Caputo. La prima fase di quella esperienza mi piacque: vi riconoscevo il tentativo di cambiare metodi e abitudini. Eppure fui critico, perché ritenevo possibile fare sempre qualcosa in più.

Oggi, con un’età diversa, riconosco che alcuni aspetti meritavano maggiore apprezzamento. Rivedere un giudizio è un esercizio di onestà. Resta però il punto: criticavo anche un amministratore del quale apprezzavo l’impegno. Non ho iniziato adesso a distinguere la considerazione personale dalla valutazione pubblica, e non intendo rinunciarvi per ottenere consenso.

Mi colpiscono soprattutto certe reazioni di persone con una formazione giuridica, compresi ex professionisti. Da loro mi aspetterei precisazioni utili, capaci di migliorare la comprensione dei fatti. Se un giornalista sbaglia, lo si dimostri. La conoscenza del diritto non attribuisce un’esclusiva sul racconto della giustizia, né rende impropria ogni spiegazione rivolta ai cittadini.

La mia critica riguarda anche l’intolleranza che incontro in una parte della sinistra quando il giornalismo non coincide con le sue aspettative. Rivendicare apertura e pluralismo comporta accettare domande scomode. Nessuna appartenenza politica garantisce, da sola, rispetto del dissenso: questo rispetto si misura nei comportamenti, soprattutto quando un’opinione contraria tocca persone alle quali siamo vicini.

C’è infine la responsabilità di chi commenta. Account finti, insulti e volgarità impoveriscono uno spazio che dovrebbe favorire il confronto. Temo che il suo uso irresponsabile possa alimentare richieste di restrizioni. Difenderne la libertà significa praticare adesso il rispetto, senza aspettare di protestare quando qualcuno proporrà di ridurre gli spazi della discussione.

Ai lettori chiedo di entrare nel merito, anche duramente, senza trasformare ogni osservazione in una prova di appartenenza. Leggiamo, confrontiamo le informazioni, studiamo prima di pronunciarci. Una comunità attraversata da una vicenda così delicata ha bisogno di ragionare. Il compito di una testata è aiutarla a farlo, senza lasciarsi guidare da simpatie, antipatie o interessi personali.

La libertà di chi informa e quella di chi interviene nei commenti hanno bisogno della stessa responsabilità: discutere i fatti senza delegittimare nessuno.

 

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