Editoriale | Il tempo non risolve niente. Alla Centrale Enel il conto lo pagano sempre gli ultimi

Editoriale di Matteo Lauria – Ci sono immagini che valgono più di mille comunicati stampa. Due lavoratori incatenati ai cancelli della Centrale Enel di Rossano raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione istituzionale ciò che sta accadendo in questo territorio. Ma sarebbe un errore fermarsi alla fotografia di oggi. Quei due lavoratori che vedono il proprio contratto trasformato da tempo pieno a part-time non sono il problema. Sono il sintomo. La punta di un iceberg che da anni avanza lentamente, mentre tutti sembrano convinti che il tempo possa risolvere ciò che nessuno ha il coraggio di affrontare. E invece il tempo non risolve.

Il tempo presenta il conto. Prima si riducono i servizi. Poi si tagliano le ore. Poi si ridimensionano gli appalti. Poi arrivano le lettere ai lavoratori. E infine si scopre che dietro ogni contratto c’è una famiglia che non sa come arrivare alla fine del mese. È sempre lo stesso copione. Oggi tocca a tre lavoratori della ditta che gestisce le pulizie civili della centrale. Domani potrebbero essere altri. Nei prossimi mesi sono in scadenza altri contratti che riguardano ciò che resta dell’indotto della Centrale Enel. E nessuno può fingere di non sapere.

La domanda è semplice. Chi sta difendendo davvero i livelli occupazionali di questo territorio? Non con i comunicati. Non con le dichiarazioni di circostanza. Non con le passerelle quando esplode il caso. Con i fatti. Quale pressione è stata esercitata nei confronti di Enel? Quali interlocuzioni sono state avviate? Quale progetto esiste per impedire che la progressiva riduzione delle attività della centrale diventi una bomba sociale?

Perché la questione Enel non riguarda più soltanto Enel. Riguarda Corigliano Rossano. Riguarda un intero territorio che continua a perdere lavoro senza riuscire a costruire un’alternativa. Eppure si continua ad assistere a uno spettacolo ormai conosciuto. Scoppia il caso. Arrivano i comunicati. Ognuno scarica le responsabilità sull’altro. Sindacati, politica, istituzioni, azienda. Tutti trovano un colpevole diverso. Passano alcuni giorni e torna il silenzio. Ma nel frattempo il tempo continua a scorrere.

E con lui aumentano le preoccupazioni delle famiglie, diminuiscono gli stipendi, si assottigliano le prospettive. C’è poi un aspetto ancora più preoccupante. Si avverte uno scollamento sempre più evidente tra chi vive ogni giorno il peso dell’incertezza e chi, invece, osserva tutto da una posizione di privilegio. Manca un sentimento collettivo. Manca la consapevolezza che il problema dell’altro, quando riguarda il lavoro, è un problema di tutti.

Perché quando un territorio perde occupazione non perde soltanto posti di lavoro. Perde reddito. Perde giovani. Perde imprese. Perde futuro. E né si creano posti di lavoro su altri versanti !  La Centrale Enel è stata per decenni uno dei motori economici della Sibaritide. Oggi rischia di diventare il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di governare una transizione annunciata da anni.

La politica locale, quella regionale e quella nazionale hanno il dovere di assumersi ciascuna la propria responsabilità. Così come deve farlo Enel, che non può limitarsi a gestire numeri e contratti senza interrogarsi sulle conseguenze sociali delle proprie scelte in un territorio che per decenni ha contribuito alla produzione energetica del Paese. Perché qui non si parla di statistiche. Si parla di padri e madri di famiglia che rischiano di ritrovarsi senza un reddito. Ed è su questo che si misura la credibilità di una classe dirigente. Non sulla capacità di scrivere un comunicato quando esplode una protesta. Ma sulla capacità di evitare che quella protesta diventi inevitabile.

Le catene viste oggi davanti ai cancelli della Centrale Enel non sono soltanto il gesto disperato di due lavoratori. Sono il simbolo di un territorio che rischia di restare incatenato alla rassegnazione. E la rassegnazione è il lusso che Corigliano-Rossano non può più permettersi.

 

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