Ancora un malore, ancora una giovane vita spezzata. E’ accaduto nella nostra regione dove un ragazzo di 33 anni è crollato sotto il sole, in piena estate, in pieno caldo. È morto. Un altro nome da aggiungere alla lista delle vittime invisibili di questa stagione. E non è il primo. E, a quanto pare, nemmeno l’ultimo. Eppure la Regione Calabria un provvedimento l’ha adottato. Esiste un’ordinanza – valida fino al 31 agosto 2025 – che vieta il lavoro all’aperto nelle ore più calde della giornata. Il fine è chiaro: tutelare i lavoratori esposti a stress termico. Il provvedimento riguarda l’agricoltura, i cantieri edili, i lavori stradali, e tutti quei mestieri che si svolgono sotto il cielo rovente d’estate. Il problema è che in pochi la rispettano. E, peggio ancora, nessuno la fa rispettare. Si continua a lavorare sotto il sole cocente, nelle ore in cui si boccheggia, in cui l’asfalto fonde, in cui nemmeno i cani vogliono stare fuori. Si vedono uomini in tuta, con casco, scarponi, guanti. Nessuno si scandalizza più. È diventata una scena abituale, quasi normale. Ma normale non è. Dov’è chi dovrebbe controllare? Chi verifica? Chi interviene? Dove sono gli enti preposti? Possibile che nessuno veda, nessuno segnali, nessuno sanzioni? E se invece qualcuno vede e tace, siamo davanti a una complicità morale che grida vendetta.
La verità è che c’è una totale assenza di vigilanza. Le ordinanze restano carta. Intanto si continua a morire di caldo, a lavorare nell’aria bollente, a rischiare la pelle in nome del profitto, della fretta, dell’ignoranza o – peggio ancora – della rassegnazione. E c’è anche un’altra domanda che resta sospesa: perché non si lavora di notte? In molti casi, soprattutto nei lavori stradali o nei cantieri urbani, si potrebbe benissimo organizzare turni notturni. L’aria è più fresca, si evitano congestioni di traffico, si tutela la salute. Invece si continua a insistere sulle stesse fasce orarie, come se non fosse cambiato nulla, come se il caldo non fosse più pericoloso di una betoniera in movimento.
Non c’è più tempo per i giri di parole. Qui si muore. E ogni morte di questo tipo è una morte evitabile. È una morte che grida giustizia. È una sconfitta per tutti: per le istituzioni che non vigilano, per le imprese che ignorano i divieti, per noi cittadini che passiamo oltre, magari scuotendo la testa, ma senza pretendere un cambio di passo. Non basta firmare ordinanze. Serve farle rispettare. Serve presenza, controllo, responsabilità. E soprattutto serve umanità. Perché un lavoratore sotto il sole non è solo un corpo sudato con un casco in testa. È una persona. E nessuno dovrebbe morire per portare il pane a casa.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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