Editoriale | Quando muore un invisibile, è come se morisse uno di noi

caporalato

L’editoriale di Matteo LauriaC’è una domanda che continua a ronzare nella testa. Una domanda scomoda, che forse preferiamo non farci: perché alcune morti ci colpiscono più di altre? È morto il bracciante polacco rimasto gravemente ustionato nell’incendio della baraccopoli di Boscarello, a Schiavonea. Aveva il corpo devastato dalle fiamme, ustioni sull’85 per cento del corpo. Ha lottato per due giorni nel Centro Grandi Ustionati di Brindisi, poi il suo cuore si è fermato. La notizia è arrivata quasi in silenzio. Ed è proprio questo silenzio che inquieta.

Non si tratta di fare populismo né di cercare colpevoli a tutti i costi. Le indagini faranno il loro corso e, se davvero si è trattato di un tragico incidente, sarà giusto prenderne atto. Ma c’è un’altra verità che non ha bisogno di processi: quell’uomo era uno degli invisibili. Viveva in una baraccopoli costruita tra sterpaglie, lamiere e degrado. Un luogo che tutti conoscevano e che, probabilmente, nessuno voleva davvero vedere.

Se quella notte, in quella baracca, ci fosse stato un cittadino di Corigliano-Rossano, un nostro vicino di casa, un nostro parente, forse avremmo assistito a un’ondata di dolore diversa. Maggiore partecipazione, più indignazione, più domande. Invece è morto un bracciante straniero. Uno dei tanti che raccolgono i frutti della nostra terra, che fanno lavori che spesso nessuno vuole fare e che, troppo frequentemente, finiscono per vivere ai margini della società.

È qui che si misura la civiltà di un popolo. Non quando accoglie chi è forte, ma quando riconosce la dignità di chi non ha voce. Negli ultimi giorni il nostro territorio è stato attraversato da tragedie che hanno avuto come protagonisti lavoratori stranieri. I quattro giovani morti nell’auto incendiata ad Amendolara. Ora il bracciante di Boscarello. Storie diverse, certo, ma accomunate da un elemento: riguardano persone che sembrano appartenere a un’umanità parallela, distante dalla nostra. Eppure non è così.

Quell’uomo aveva una storia, degli affetti, qualcuno che oggi lo piange. Aveva il diritto di vivere in condizioni dignitose e di morire, un giorno lontano, non tra le fiamme di una baracca. Parliamo spesso di inclusione, integrazione, accoglienza. Sono parole bellissime. Ma rischiano di diventare soltanto slogan se poi non siamo capaci di fermarci davanti alla morte di un uomo e sentirla nostra.

Perché la dignità di una comunità non si misura da come tratta i cittadini più forti, ma da come guarda gli ultimi. Se davanti alla morte di un senzatetto, di un clochard, di un migrante o di un bracciante agricolo abbassiamo lo sguardo e tiriamo dritto, allora abbiamo perso qualcosa di molto più importante di una notizia: abbiamo perso un pezzo della nostra umanità.

La speranza è che questa morte non venga archiviata soltanto come l’ennesimo incidente. Che serva, almeno, a ricordarci una cosa semplice: quando muore un invisibile, non muore uno sconosciuto. Muore uno di noi.

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