L’editoriale di Matteo Lauria – Luglio è ormai alle spalle. Tra qualche settimana arriveranno i dati ufficiali, ci saranno le percentuali, i confronti con gli anni precedenti e le inevitabili letture di parte. Ma chi vive il territorio sa bene che il turismo non si misura soltanto con i numeri. Si misura anche con ciò che si vede, con ciò che si respira, con le sensazioni che restituiscono le nostre spiagge, i lungomari, le attività commerciali, i locali. Ed è proprio il percepito a lanciare un segnale che non possiamo più ignorare.
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Oggi ogni analisi sul turismo viene immediatamente letta con gli occhiali della politica. Se si evidenziano criticità, c’è chi grida allo scandalo o all’attacco strumentale. Ma un territorio non cresce nascondendo i problemi sotto il tappeto. Cresce quando ha il coraggio di guardarli in faccia. La domanda che dovremmo porci è semplice: chi viene oggi a Corigliano Rossano e perché ci viene?
L’impressione è che il turismo prevalente sia quello di ritorno. Sono i nostri concittadini emigrati al Nord che rientrano per le vacanze. Sono gli amici, i parenti, le famiglie che conoscono già il territorio. È un patrimonio prezioso, che va rispettato e valorizzato, ma non può rappresentare il modello sul quale costruire il futuro turistico di una città.
Il vero turismo è quello che conquista chi non ti conosce. È quello che convince una famiglia lombarda, un gruppo di tedeschi o una coppia francese a scegliere Corigliano Rossano anziché un’altra destinazione. Ed è qui che emergono tutte le nostre debolezze. Eppure in marketing, promozione e comunicazione si spende!
Qualcuno potrebbe obiettare che esistono resort e villaggi turistici che lavorano bene. È vero. Ma resta una domanda: quanto quel turismo dialoga realmente con il territorio? Se il turista entra nel villaggio e ne esce soltanto per ripartire, il beneficio economico resta confinato dentro quelle strutture. Non alimenta il commercio cittadino, non riempie le piazze, non sostiene i ristoranti, non genera quella ricchezza diffusa che dovrebbe rappresentare il vero valore del turismo.
Non è una critica ai villaggi. Anzi. Chi investe merita rispetto e sostegno. È una riflessione sul modello complessivo di sviluppo. Perché il punto centrale resta sempre lo stesso: la nostra costa, così com’è oggi, non è sufficientemente attrattiva. Lo dicono i numeri, ma ancora prima lo racconta l’impatto visivo. Lo raccontano interi tratti che avrebbero bisogno di una profonda riqualificazione. Lo racconta una pianificazione urbanistica che negli anni ha privilegiato gli insediamenti residenziali lungo il mare, sacrificando una visione realmente turistica del territorio.
Ed è stato questo uno degli errori più gravi. Aver occupato chilometri di costa con edilizia residenziale ha sottratto spazi preziosi a insediamenti ricettivi, servizi turistici, strutture capaci di generare economia e occupazione. Oggi il risultato è evidente.
Da una parte troviamo insediamenti residenziali che, in alcuni casi, rappresentano una macroscopica bruttura urbanistica. Dall’altra vaste aree ancora a destinazione agricola. In mezzo manca ciò che dovrebbe caratterizzare una moderna località balneare: alberghi, resort diffusi, servizi, spazi pubblici qualificati, percorsi, aree verdi, una costa pensata per essere vissuta e non semplicemente abitata, insediamenti per la movida e per il divertimento.
Senza interventi strutturali sarà difficile invertire la rotta. Non basta organizzare qualche evento estivo. Non bastano i concerti. Non bastano le manifestazioni concentrate in pochi giorni. Serve una visione. Serve un progetto complessivo di riqualificazione della fascia costiera. Serve il coraggio di immaginare come dovrà essere Corigliano Rossano tra dieci o vent’anni. E serve attivare quella lotta culturale che uccide l’economia: il conservatorismo!
E purtroppo il problema non riguarda soltanto il mare. Anche la montagna è ormai fuori dai radar del turismo. Un patrimonio straordinario che avrebbe tutte le caratteristiche per integrare l’offerta balneare è stato progressivamente abbandonato. Soprattutto con i cambiamenti climatici e con l’elevazione delle temperature e oltremodo intuitivo riprogrammate una politica per la montagna. Si era pensato alla realizzazione di una cabinovia, ma non c’è stata la giusta attenzione. E così perdiamo un’altra occasione per costruire una stagione turistica più lunga e diversificata.
Il rischio è quello di continuare ad accontentarsi. Di vivere aspettando i soliti venti giorni centrali di agosto, sperando che bastino a salvare una stagione. È una strategia che non può più funzionare. E non è nemmeno certo che quei venti giorni riescano ancora a garantire i flussi del passato.
Intanto qualche operatore turistico tenta di reagire con sconti e promozioni per attirare clienti. È comprensibile. Ognuno prova a difendersi come può. In questi anni abbiamo sempre difeso chi investe nel turismo, soprattutto sul versante rossanese, dove la scarsità di immobili e aree destinati alle attività ricettive ha prodotto un effetto devastante sul mercato. Pochi locali disponibili significano canoni di locazione altissimi. Canoni elevati significano inevitabilmente prezzi più alti per il cliente finale.
Ed ecco spiegate molte delle lamentele che ogni estate tornano puntuali: una pizza costa troppo, una birra costa troppo, una cena costa troppo. Non sempre è una questione di speculazione. Spesso è semplicemente la conseguenza di costi fissi diventati insostenibili.
Ma proprio perché gli operatori rappresentano una componente fondamentale del sistema turistico, da loro oggi ci si aspetta qualcosa di più. Ci si aspetta una voce. Ci si aspetta una presa di posizione. Ci si aspetta il coraggio di dire cosa non funziona. Troppo spesso, invece, prevale il silenzio. Un silenzio che rischia di diventare complicità. Ci si chiede se sia il timore di esporsi, la paura di contrariare la politica o semplicemente la convinzione che parlare non serva a nulla.
Qualunque sia la risposta, il risultato è sotto gli occhi di tutti. I silenzi non hanno migliorato il turismo. Non hanno prodotto interventi. Non hanno cambiato il destino della costa. Hanno semplicemente accompagnato un lento declino. Ecco perché oggi servono due scelte nette. La prima è un grande piano di interventi strutturali che restituisca dignità e competitività alla costa, soprattutto sul versante rossanese.
La seconda è un cambio di mentalità. Il turismo non si costruisce con l’omertà, con la paura di disturbare qualcuno o con il calcolo delle convenienze politiche. Si costruisce con il confronto, anche duro. Con la capacità di denunciare ciò che non funziona. Con una comunità che smette di accontentarsi e decide finalmente di pretendere un futuro diverso. Perché continuare a raccontarci che va tutto bene non attirerà un solo turista in più. Ma avere il coraggio di dire la verità potrebbe essere il primo passo per tornare, un giorno, ad essere una destinazione scelta e non soltanto ritrovata.






