C’è un momento in cui le parole non bastano più. In cui l’indignazione non può restare confinata dietro uno schermo, nei commenti di un social, nelle frasi ripetute a denti stretti tra amici, nel timore di esporsi e di essere fraintesi. Schiavonea, ieri, ha superato quel confine.
Non è stata solo una manifestazione. È stata una risposta. Una presa di posizione pubblica, concreta, visibile. E soprattutto collettiva. Una comunità che si mette in cammino, che decide di esserci, di uscire di casa e di farlo senza odio, senza slogan aggressivi, senza la ricerca di un nemico a cui addossare tutto. È già questo, di per sé, un fatto culturale. Perché non era scontato.
Il rischio era evidente: che una protesta per la sicurezza potesse essere confusa con altro. Che qualcuno potesse interpretarla come una rivendicazione contro gli stranieri, contro la diversità, contro l’inclusione. E invece è accaduto l’opposto. Nel corteo c’erano cittadini italiani e cittadini stranieri. C’erano persone integrate da anni, famiglie, lavoratori, comunità religiose diverse, volti che fanno parte della quotidianità di Schiavonea. Un segnale chiaro: sicurezza e convivenza non sono due strade diverse. Sono lo stesso percorso. E questa è forse la lezione più importante.
Perché chi vive onestamente, chi lavora, chi manda i figli a scuola, chi paga un affitto, chi rispetta le regole, non può essere lasciato in balia della paura. La paura che si avverte quando scende la sera. La paura che porta tanti commercianti a chiudere prima. La paura che pesa sulle spalle di tabaccai, ristoratori, baristi. La paura, concreta e quotidiana, di ritrovarsi improvvisamente davanti qualcuno che entra e ti punta una pistola.
Non è un’esagerazione. È un pensiero che oggi esiste, che circola, che si respira. E convivere con questo significa convivere con un pezzo di libertà che viene sottratto. Perché la sicurezza non è un lusso. È un diritto essenziale. È la base minima per vivere una città con serenità, per lavorare, per uscire, per passeggiare, per far crescere i figli. Ed è qui che la manifestazione di Schiavonea assume un valore che va oltre la cronaca.
Non serve fare la conta di chi c’era e chi non c’era. Non è questo il punto. Il punto è che la manifestazione, nel suo complesso, è riuscita. E lo è stata perché ha dimostrato che la comunità, quando vuole, riesce a reagire. Riesce a uscire da una rassegnazione diffusa e da una indignazione sterile che spesso si consuma solo sui social.
Questa volta la presenza fisica era necessaria. Era indispensabile. Perché certi temi, se non li vivi sulla pelle, restano lontani, vengono percepiti come problemi degli altri. E invece la sicurezza riguarda tutti. La sicurezza è la tenuta civile di una comunità. È la stabilità sociale. È il rispetto reciproco. È la condizione per una vera integrazione.
E allora va riconosciuto, con onestà intellettuale, un merito a chi ha organizzato questa iniziativa. Non era semplice. Non lo è mai. Perché intorno a eventi del genere si muovono sempre meccanismi complessi: polemiche, rivalità, discussioni sulla “paternità” dell’idea, tentativi di mettere cappelli politici, voglia di primeggiare, di intestarsi il risultato. Dinamiche che spesso scoraggiano, dividono, rallentano.
Eppure, nonostante tutto, qualcuno ha trovato il tempo, la forza e il coraggio di metterci la faccia. Di organizzare. Di chiamare la gente. Di costruire un percorso che non fosse uno sfogo ma un messaggio. Di provare a governare le inevitabili tensioni e trasformarle in un momento di comunità.
In questo, anche il coinvolgimento della Chiesa è stato un segnale importante. Perché ha dato un senso più profondo all’iniziativa: non solo sicurezza, ma anche inclusione. Non solo controlli, ma anche dignità. Non solo ordine pubblico, ma anche responsabilità sociale.
La presenza di diverse comunità religiose, la partecipazione di cittadini stranieri, il tono pacifico e civile, tutto questo ha dimostrato che Schiavonea, ma l’intera città nel suo complesso, può affrontare la delicatezza del tema senza cadere nel fanatismo, senza cercare scorciatoie, senza trasformare la paura in odio.
Ed è questo il messaggio che deve arrivare allo Stato e alle istituzioni: non abbassare la guardia. Non voltarsi dall’altra parte. Non trattare queste richieste come allarmi passeggeri. Perché quando una comunità scende in strada in modo pacifico, chiedendo legalità e protezione, non sta chiedendo privilegi. Sta chiedendo normalità.
Sta chiedendo di poter vivere tranquilla. E se una città riesce a ritrovarsi così, in un momento tanto difficile, allora vuol dire che esiste ancora un patrimonio culturale e civico da difendere. Un patrimonio fatto di rispetto, di convivenza e di coraggio. Un patrimonio che non deve essere lasciato solo.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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