L’editoriale di Matteo Lauria – Ci sono momenti in cui una comunità è chiamata a fermarsi e a guardare in faccia la realtà. Quello che è accaduto nella notte nella baraccopoli di Boscarello è uno di questi momenti. I fatti, per ora, sono quelli che conosciamo. Un’esplosione, un incendio devastante, quattro persone salvate dalle fiamme grazie al coraggio degli agenti di polizia e un bracciante che lotta tra la vita e la morte dopo aver riportato ustioni gravissime su gran parte del corpo.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
Bisogna comprendere se la bombola di gas sia esplosa accidentalmente provocando l’incendio o se, al contrario, qualcuno abbia prima appiccato il fuoco e soltanto dopo si sia verificata la deflagrazione. Due ipotesi completamente diverse. Due scenari che portano a conseguenze altrettanto diverse.
È chiaro che con i “se” e con i “ma” non si costruiscono verità. Le verità le accertano gli investigatori, i magistrati, le perizie tecniche. Ed è giusto attendere il loro lavoro senza trasformare sospetti in sentenze.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il peso di alcuni elementi che rendono questa vicenda particolarmente delicata. Il pensiero corre inevitabilmente alla tragedia di Amendolara, dove quattro giovani braccianti persero la vita tra le fiamme. Ferite che il territorio non ha mai davvero rimarginato e che oggi tornano a fare paura.
Se dovesse emergere una matrice dolosa, non ci troveremmo davanti soltanto a un reato gravissimo. Ci troveremmo davanti a qualcosa di ancora più inquietante: una forma di terrorismo psicologico contro persone fragili, invisibili, spesso senza voce e senza strumenti per difendersi.
Per questo motivo le istituzioni devono tenere altissima l’attenzione. Non perché vi siano già prove in questa direzione, ma perché l’eventualità stessa che qualcuno possa prendere di mira uomini e donne che vivono nelle baracche deve far scattare ogni livello di allarme.
C’è poi una coincidenza che colpisce e che non può lasciare indifferenti.
Proprio mentre il fuoco divorava Boscarello, sulle reti Mediaset andava in onda uno speciale dedicato a quella stessa realtà. Le telecamere raccontavano le condizioni di vita dei braccianti agricoli, le loro baracche, il degrado, la povertà, l’assenza di diritti e di prospettive. Poche ore dopo, quelle immagini si sono trasformate in cronaca.
È una coincidenza, certo. Ma è anche il simbolo di una verità che conosciamo da anni. Non scopriamo oggi come vivono questi lavoratori. Non scopriamo oggi le condizioni spesso disumane nelle quali sono costretti a trascorrere le proprie giornate e le proprie notti. Non scopriamo oggi il disagio sociale che si nasconde dietro la filiera agricola.
Lo abbiamo raccontato decine di volte. Lo hanno raccontato giornalisti, associazioni, sindacati, volontari. Eppure troppo spesso tutto è scivolato via nell’indifferenza generale. Forse è proprio questo il punto più amaro di questa storia.
Prima ancora di capire se il rogo sia stato doloso o accidentale, dovremmo interrogarci sul fatto che centinaia di persone continuino a vivere in luoghi dove basta una scintilla, un corto circuito, una stufa difettosa o una bombola per trasformare una notte qualsiasi in un inferno.
Le prossime ore saranno decisive. Gli accertamenti diranno se dietro quel fuoco c’è stata una tragica fatalità oppure una volontà criminale. Ma una cosa possiamo dirla già oggi. Qualunque sia la risposta, Boscarello è il sintomo di un problema che esiste da troppo tempo e che nessuno ha ancora avuto il coraggio di risolvere davvero. E quando una società si abitua all’esistenza delle baraccopoli, all’emarginazione e all’invisibilità degli ultimi, il rischio più grande non è soltanto l’incendio. È l’assuefazione.






