EDITORIALE | Tribunale: Corigliano Rossano che cerca colpevoli ma non pretende la verità

L’editoriale di Matteo Lauria. – In queste ore c’è chi esulta. C’è chi festeggia la notizia secondo cui il Tribunale di Corigliano Rossano, almeno nel testo oggi all’esame del Parlamento, non ha più una strada normativa per essere riaperto. C’è persino chi stappa champagne dai social. Il motivo è semplice: per qualcuno questa sarebbe una sconfitta politica del senatore Ernesto Rapani. Può darsi. Il tempo lo dirà!  Ma il punto è un altro. Anzi, il punto è molto più grave.

Perché mentre una parte della città si perde nell’ennesima guerra politica, continua a restare senza risposta una domanda enorme, gigantesca, che dovrebbe indignare chiunque abbia a cuore la verità prima ancora del tribunale. Chi ha mentito ai cittadini di Corigliano Rossano? Perché una cosa è certa. Nel 2012 il Tribunale di Rossano viene chiuso. Tra le motivazioni che accompagnano quella scelta compare anche la presunta adeguatezza della struttura di Castrovillari ad assorbire il nuovo bacino di utenza.

Detta in parole semplici: il tribunale di Castrovillari avrebbe avuto spazi sufficienti per accogliere anche il territorio servito fino ad allora da Rossano. Eppure c’era un problema. Quel Palazzo di Giustizia era stato progettato per un bacino di circa 120 mila abitanti. Non per 240 mila. Non per il doppio. Per circa 120 mila abitanti. E, nonostante tutto, in una relazione del ministero della giustizia il gruppo di lavoro del ministero stesso attribuiva queste dichiarazioni all’allora presidente del tribunale di Castrovillari : “Il Presidente ha, peraltro, evidenziato che la sede dell’ufficio accorpante possiede locali addirittura sovrabbondanti rispetto alle necessità conseguenziali all’accorpamento dei due uffici giudiziari di Castrovillari e Rossano; che 1′ immobile è cablato e funzionante a tutti gli effetti; che, oltre ad avere aule di udienza, possiede un’aula bunker di ben 3.516 metri quadri, direttamente collegata alla casa circondariale di Castrovillari, nella quale, da altri tribunali del circondario, viene richiesta la celebrazione dei dibattimenti penali di criminalità organizzata”. E allora la domanda nasce spontanea. Come è stato possibile sostenere che una struttura progettata per una determinata utenza potesse assorbirne un’altra altrettanto grande senza alcuna conseguenza? Ma soprattutto. Come è stato possibile che, una volta chiuso il Tribunale di Corigliano Rossano, quella stessa struttura sia diventata improvvisamente insufficiente?

Perché i fatti parlano chiaro. A un certo punto il tribunale di Castrovillari non è stato più considerato adeguato. Sono emersi problemi di spazi. Sono stati previsti interventi. Sono stati programmati milioni di euro per ampliamenti e adeguamenti. E allora qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini una cosa molto semplice. I locali erano sovrabbondanti oppure no? Erano adeguati oppure no? Perché le due cose non possono convivere. Se erano adeguati nel 2012, perché servono ampliamenti? Se invece non erano adeguati, allora perché la chiusura di Corigliano Rossano è stata giustificata anche attraverso quella rappresentazione? Il Senatore Rapani sul punto fece una interrogazione parlamentare dei cui esiti si è ancora in attesa. Ma sono quesiti che avrebbero dovuto porsi tutte le cariche istituzionali con un minimo di dignità, dai consigli comunali del territorio a tutto il tessuto sociale ed economico. 

Questa non è una questione politica. La politica viene dopo. Questa è una questione di verità. Di atti pubblici. Di decisioni amministrative. Di responsabilità istituzionali. Ed è qui che il silenzio diventa inquietante. Possibile che nessuno senta il dovere di chiarire? Possibile che nessuna istituzione ritenga necessario ricostruire ciò che è accaduto? Possibile che una città di quasi ottantamila abitanti debba limitarsi ad assistere in silenzio? Perché se esiste una contraddizione così evidente, qualcuno dovrebbe accertarla.

Dovrebbe farlo il Ministero della Giustizia. Dovrebbe farlo il Governo. Dovrebbe farlo il Consiglio Superiore della Magistratura se nelle vicende dell’epoca emergessero profili di sua competenza. Dovrebbe farlo chiunque abbia il dovere di garantire trasparenza nelle decisioni pubbliche. E invece no. Da tredici anni il dibattito viene sistematicamente spostato altrove. Si parla di destra e sinistra. Di potere e peso politico. Di candidati. Di elezioni. Di convenienze. Mai della questione centrale. Mai di quella contraddizione che continua a rimanere lì, enorme come una montagna. Ed è questo che rende ancora più amaro il comportamento di una parte della città. Perché mentre qualcuno brinda contro Rapani, nessuno brinda per Corigliano Rossano. Mentre qualcuno cerca il colpevole politico del giorno, quasi nessuno pretende di conoscere la verità. Eppure una comunità che ha dignità dovrebbe fare esattamente il contrario.

Dovrebbe pretendere risposte. Dovrebbe pretendere chiarezza. Dovrebbe pretendere che chi ha assunto determinate decisioni spieghi ai cittadini come siano andate realmente le cose. Invece continuiamo a comportarci come una periferia che aspetta sempre che decidano gli altri. Come una città che accetta di dipendere da Cosenza. Da Castrovillari. Da chiunque abbia più peso politico e istituzionale. Come una città che ha smesso persino di indignarsi. Ed è forse questa la sconfitta più grande. Non la eventuale mancata riapertura del tribunale. Ma il fatto che davanti a una possibile menzogna che ha segnato il destino di un intero territorio, troppi abbiano scelto il silenzio. O peggio, l’indifferenza. E poco importa se Corigliano Rossano sia caduta a picco in una crisi irreversibile anche da quando si è deciso di chiudere il presidio di giustizia che, comunque, rappresentava un indotto importante. Per chi conosce le dinamiche istituzionali, le città sedi di tribunali godono di prestigio, autorevolezza e potere nei ministeri. Oggi , giusto per dirne una, al Ministero delle Finanze riconoscono Castrovillari  (20 mila abitanti) perché sede di tribunale, mentre Corigliano Rossano è vista come una sede di periferia. E ci sono, anche per queste ragioni, uffici pubblici a rischio come l’agenzia delle entrate che cammina di pari passo con le sedi giudiziarie. E allora che Corigliano Rossano continui a fregiarsi del suo dire comune  “terza città della Calabria”  perché ne ha un altro ben più pesante “prima” : inizia a brillare per ignavia!   

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