Editoriale. Violenza di genere: perché quando a colpire è una donna cala il silenzio?

La vicenda accaduta a Crosia ha le caratteristiche di un fatto di cronaca che, in altre circostanze, avrebbe avuto ben altro risalto. Una lite tra due turisti, ospiti in una struttura ricettiva, degenerata fino al punto che la donna ha afferrato un coltello da cucina e lo ha piantato nel braccio del compagno. Una scena che ha richiesto l’intervento dei carabinieri e dei sanitari del 118, e che poteva trasformarsi in tragedia. Eppure, già a poche ore di distanza, si intuisce come verrà trattata questa vicenda: poco più di una nota di cronaca, una notizia da relegare nei trafiletti. Nessun dibattito televisivo, nessun titolo urlato, nessuna analisi sociologica sul “fenomeno”. Se a compiere lo stesso gesto fosse stato un uomo ai danni di una donna, la risonanza sarebbe stata diversa: condanne unanimi, dichiarazioni istituzionali, servizi speciali. Questo caso non è un’eccezione. È un campanello d’allarme che ci invita a riflettere sulla lente con cui la società guarda – e filtra – la violenza di genere.

Quando si parla di violenza, il genere dell’autore pesa enormemente sulla percezione. La violenza maschile sulle donne è giustamente denunciata come emergenza sociale: campagne, convegni, leggi speciali, mobilitazioni. Ogni episodio, soprattutto se tragico, alimenta una narrazione che cerca di scuotere le coscienze. Ma quando il copione si rovescia, e l’aggressore è una donna, il racconto si fa tenue. Le parole cambiano: non più “aggressione brutale” ma “lite domestica”; non “tentato omicidio” ma “ferimento”. I toni si abbassano, la gravità sembra ridimensionata. Persino il linguaggio giornalistico tradisce questa asimmetria. Si crea così una gerarchia implicita delle violenze: di serie A quelle commesse dagli uomini, di serie B quelle inflitte dalle donne.   Questo squilibrio non è privo di conseguenze. Significa, di fatto, che alcune vittime vengono considerate meno vittime di altre.

Numeri e percezione: il limite delle statistiche

La replica più frequente a chi solleva questi temi è che “i numeri parlano chiaro”: le donne uccise da uomini sono molte di più degli uomini uccisi da donne. Questo è vero. Le statistiche sugli omicidi, i femminicidi e i maltrattamenti lo confermano. Ma ridurre la questione ai numeri significa semplificare fino a svuotarla. La violenza non si misura solo contando i morti. Ci sono ferite fisiche e psicologiche, c’è il quotidiano silenzio di uomini che subiscono ma non denunciano per vergogna o per paura di non essere creduti. C’è un sommerso che i dati faticano a catturare. E soprattutto: se accettiamo che la dignità di una persona possa valere di più o di meno a seconda di quante altre persone come lei hanno subito lo stesso destino, allora stiamo tradendo l’idea stessa di giustizia. Un singolo atto di violenza dovrebbe bastare per interrogare la coscienza collettiva. La vita umana non si pesa con la bilancia delle percentuali. Perché, allora, la violenza esercitata dalle donne sugli uomini resta un tema marginale? In parte per un tabù culturale. L’immaginario collettivo fatica a concepire la donna come autrice di aggressioni fisiche. È più facile vederla come vittima, meno come carnefice. Questo schema condiziona giornalisti, giudici, politici, persino gli stessi uomini che subiscono. Eppure esistono forme di aggressività femminile che attraversano la società: dalle liti domestiche che degenerano, ai maltrattamenti psicologici, fino ad atti estremi. Non parlarne significa negare una realtà. La rabbia femminile verso l’uomo è un sentimento che esiste, che talvolta si traduce in violenza, e che resta sotterraneo. Non diventa mai oggetto di studio, di campagne di prevenzione, di analisi mediatica. La disparità di trattamento genera un vuoto che finisce per lasciare soli gli uomini vittime di queste situazioni.

 Conseguenze sociali e culturali

Un dibattito sbilanciato produce inevitabili distorsioni. Primo: molti uomini non denunciano perché temono di non essere presi sul serio. Il rischio di essere derisi o accusati di “debolezza” pesa più della ricerca di giustizia. Secondo: le istituzioni non sviluppano politiche di sostegno equivalenti. Esistono centri antiviolenza per le donne – giustamente potenziati – ma pochissimi spazi dedicati agli uomini che subiscono violenza. È un vuoto che diventa discriminazione di fatto. Terzo: si rafforza un clima di sospetto reciproco. Alcuni movimenti che denunciano la violenza femminile sugli uomini scivolano facilmente nel terreno della contrapposizione ideologica, alimentando guerre di genere invece di costruire ponti. La mancata attenzione istituzionale lascia spazio a derive polemiche e strumentalizzazioni. Se davvero vogliamo ridurre la violenza nella società, non possiamo permetterci questi squilibri.

Verso un approccio univoco

Il principio dovrebbe essere semplice: la violenza è violenza, chiunque la compia. Lavorare su questo richiede un cambio di paradigma. Sul piano culturale, bisogna educare al rispetto reciproco senza ruoli prestabiliti. La violenza non è un destino maschile né un’impossibilità femminile: è una scelta, che può essere compiuta da chiunque. Sul piano mediatico, servirebbe un linguaggio più equo. Raccontare con lo stesso rigore gli episodi in cui le vittime sono uomini, evitando di ridurre il tutto a “questioni di coppia” o “banali liti”. Dare dignità a ogni notizia significa dare dignità a ogni persona. Sul piano istituzionale, occorrerebbe pensare a strumenti di protezione e di sostegno che non abbiano un colore di genere, ma che siano accessibili a chiunque subisca violenza. Centri, sportelli, numeri verdi, percorsi di recupero: tutti dovrebbero essere concepiti come neutri,   Il caso di Crosia, come quelli di tanti altri, non deve finire in archivio come l’ennesima lite di provincia. È un’occasione per interrogare le nostre categorie, per riconoscere che la violenza non ha sesso, e che la giustizia non può avere doppi standard. Continuare a dividere le vittime in due classi significa rinunciare a una vera cultura del rispetto. Non è questione di numeri, ma di dignità. Non è questione di statistiche, ma di vite umane. Serve un nuovo linguaggio, un nuovo approccio, una nuova sensibilità. Bisogna mettere al centro l’individuo, non il genere. Solo allora potremo dire di star combattendo davvero la violenza.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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