Ogni società si trova, prima o poi, davanti a un bivio: rimanere nella comodità della mediocrità o tentare la salita più ripida che conduce alla qualità. È una decisione che riguarda le istituzioni, i politici, i mezzi di comunicazione, le professioni, ma soprattutto i singoli cittadini. Sembra un discorso astratto, eppure entra nel vivo delle nostre vite quotidiane: dalla politica che preferisce lo slogan facile alla scuola che abbassa l’asticella per non scontentare nessuno, dal giornalismo che insegue il click alla cultura che diventa intrattenimento leggero per garantirsi ascolti. L’alternativa è chiara ma impegnativa: scegliere di alzare il livello. Significa rischiare, perché non sempre la professionalità, l’impegno, l’onestà intellettuale trovano riconoscimento immediato. Chi osa proporre un linguaggio più complesso, un’analisi più accurata, una visione più lunga, sa che si espone all’accusa di essere elitario, distante, fuori moda. Ma senza questo tentativo di elevarsi e di elevare gli altri, il tessuto sociale scivola lentamente verso una deriva di superficialità che diventa costume, norma, tradizione. Oggi va di moda dire ” la gente vuole questo” e noi glielo diamo.
Il gusto mediocre come scelta comoda
La mediocrità non arriva mai per caso. È il risultato di scelte ripetute, di strategie consapevoli o inconsapevoli che mirano al consenso rapido e indolore. La logica è semplice: dare alla gente ciò che vuole, non ciò di cui ha bisogno. E quindi meglio agire sul bitume e non già su strategia che potrebbero produrre posti di lavoro. Meglio filmare con un cellulare amatoriale tombini e fogna che segnalare ai burocrati per risolvere e responsabilizzarli. Come se oggi spettasse ai sindaci riparare i tombini. Tuttavia, volare basso spesso garantisce carriere in vari settori della società civile. In politica, questo si traduce in promesse a breve termine, semplificazioni aggressive, uso di slogan ripetuti fino allo sfinimento. Nella cultura, il risultato è un’offerta che evita ogni fatica intellettuale: serie televisive tutte uguali, format di intrattenimento che puntano sull’effetto immediato, libri concepiti come prodotti di consumo rapido. La comunicazione digitale ha amplificato questa tendenza. Il like e il click sono diventati valuta sociale. Ci si adatta non solo al gusto medio, ma spesso al gusto più basso, quello che assicura il maggior numero di visualizzazioni. Una logica di mercato che premia la quantità a discapito della qualità, trasformando ogni contenuto in merce effimera. La mediocrità è rassicurante: non chiede sforzi, non mette in discussione, non turba. È un linguaggio che non pretende interpretazioni, un cibo che sa sempre di uguale, un’arte che non spiazza. È la scelta più sicura per chi vuole mantenere il potere o vendere un prodotto, perché non rischia di perdere clienti o voti. Ma è anche il veleno lento che inaridisce il pensiero critico e indebolisce la capacità di sognare collettivamente. E anche le degenerazioni di un politica partitica che candida chiunque, o quella dei trasformisti sono il frutto di un’epoca da dimenticare.
L’illusione dell’abbassare l’asticella
Abbassare il livello viene spesso giustificato con un argomento democratico: rendere tutto accessibile. L’idea è che alzare il tono significhi escludere. È una mezza verità che però porta a un inganno. Rendere accessibile non significa banalizzare. La vera sfida (quella autentica, non di facciata) è tradurre concetti complessi in forme comprensibili senza snaturarli. Non è togliere spessore, ma aprire spazi. Non è rinunciare alla difficoltà, ma accompagnare nella comprensione. Un giornalista che rinuncia all’approfondimento per non perdere lettori, un docente che semplifica al punto da togliere senso alla materia, un politico che riduce i programmi a tre frasi di effetto: costoro non stanno democratizzando il sapere, lo stanno impoverendo. L’accessibilità diventa pretesto per giustificare la rinuncia al rigore. Eppure, se guardiamo indietro nella storia, le epoche di maggiore fioritura culturale non sono state quelle che hanno abbassato il livello, ma quelle che hanno saputo trascinare in alto intere popolazioni. Non era facile, non era immediato, ma ha lasciato segni che ancora oggi riconosciamo.
Il coraggio di guidare
Chi sceglie la strada della qualità compie un atto di responsabilità e insieme di rischio. Perché la qualità non è mai immediatamente popolare. Non lo è nel breve periodo, quando la superficialità raccoglie applausi facili. Ma lo diventa nel tempo, perché lascia tracce, educa, costruisce. Guidare non significa imporre dall’alto, ma avere una visione e trasmetterla. Significa credere che le masse non siano un insieme di individui passivi da compiacere, ma una comunità capace di crescere se viene stimolata. Il vero leader, il vero professionista, il vero comunicatore, non si accontenta di piacere: punta a lasciare un segno. Questo comporta ostacoli. In una società abituata alla gratificazione immediata, la proposta di contenuti più alti incontra resistenza. Chi osa parlare con più profondità può essere accusato di arroganza, di voler fare la morale. Ma se nessuno assume questo rischio, il sistema si appiattisce. Ed è quello che sta accadendo!
Comunicazione e responsabilità
Il terreno più delicato è quello della comunicazione. Mai come oggi chi comunica detiene un potere enorme: orienta opinioni, plasma gusti, modella comportamenti. La scelta tra mediocrità e qualità si gioca esattamente qui. I social network hanno accentuato il ricatto dell’approvazione immediata. Un titolo urlato, una notizia senza verifica, una battuta volgare, garantiscono più visibilità di un ragionamento complesso. È la logica del mercato dei dati: conta il tempo che passi davanti a uno schermo, non il contenuto che hai assimilato. Eppure, proprio per questo, la responsabilità del comunicatore è ancora più grande. Decidere di non inseguire solo il click, ma di offrire contenuti solidi, significa sottrarsi a un sistema che spinge in basso. È una forma di resistenza culturale che, nel tempo, può ricostruire fiducia.
I rischi dell’elevazione
Non va taciuto che scegliere la qualità comporta rischi concreti. Il primo è economico: un libro più impegnativo vende meno, un giornale che non rincorre il sensazionalismo perde copie, un docente esigente riceve valutazioni peggiori. Il secondo rischio è sociale: chi propone visioni più alte può essere isolato, emarginato, ridicolizzato. La società non sempre premia chi innova; spesso preferisce chi conferma ciò che già pensa. Il terzo rischio è psicologico: perseverare in una scelta controcorrente richiede forza interiore, capacità di reggere la frustrazione, fiducia in un risultato che forse non arriverà. È un percorso che logora, perché non ci sono garanzie di successo. Eppure, senza correre questi rischi, la società rimane ferma. Il progresso culturale, scientifico e civile è sempre nato da minoranze che hanno avuto il coraggio di sfidare il conformismo del loro tempo.
Educare al gusto
Il punto centrale è forse questo: il gusto non è un dato naturale, è una costruzione culturale. Non si nasce con un senso innato della qualità, lo si acquisisce attraverso l’educazione, l’esempio, l’esperienza. Se un’intera generazione cresce immersa in contenuti superficiali, svilupperà un gusto mediocre. Se invece viene stimolata con opere di spessore, con dibattiti veri, con esempi di serietà, sarà in grado di apprezzarli. Il compito delle istituzioni culturali, della scuola, dei media, non è quello di seguire sempre il pubblico, ma di educarlo. Non con atteggiamenti paternalistici, ma con l’offerta costante di strumenti che permettano di andare oltre la prima impressione.
Una questione di responsabilità collettiva
Non si tratta di opporre un’élite illuminata a una massa pigra. È piuttosto un patto collettivo. Ognuno, nel proprio ruolo, può scegliere se accontentarsi o tentare di alzare l’asticella: il docente in classe, il giornalista che scrive un pezzo, il politico che prepara un discorso, l’imprenditore che decide quale prodotto lanciare. Ogni scelta individuale contribuisce a formare il tessuto sociale. Un tessuto che può diventare fragile e sfilacciato se viene nutrito solo di superficialità, oppure solido e resistente se viene tessuto con cura, con pazienza, con qualità.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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