Editoriale | La politica non è un bancomat: il sistema dei favori sta uccidendo la democrazia

L’editoriale di Matteo Lauria – C’è una riforma di cui nessuno parla. Non è una riforma costituzionale, né elettorale, né istituzionale. È molto più difficile, perché riguarda la testa delle persone. È una riforma culturale, psicologica e comportamentale. Ed è l’unica che potrebbe davvero cambiare la politica. Bisogna smettere di considerare i partiti come sportelli ai quali presentare richieste personali. Per troppi cittadini la politica non è il luogo delle idee, ma quello delle pretese. Ci si iscrive a un partito non perché si condivida un progetto, una visione o una proposta per il territorio, ma perché si spera di ottenere qualcosa: una nomina, un incarico, un favore, una corsia preferenziale, una raccomandazione, un posto. È questa la vera malattia della politica italiana. E finché non verrà estirpata, nessuna riforma produrrà risultati.

 Quando un eletto diventa il terminale di centinaia di richieste personali, il suo tempo, la sua energia e perfino la sua libertà vengono divorati da un sistema di aspettative che nulla ha a che vedere con il bene comune. Il consenso diventa un debito da ripagare, non un mandato da esercitare nell’interesse della collettività. Così la politica smette di essere servizio e diventa mercato. Un mercato nel quale i voti si trasformano in crediti da riscuotere. È un meccanismo devastante, perché distrugge la meritocrazia. Se gli incarichi vengono assegnati per riconoscenza politica anziché per competenza, se le opportunità dipendono dalla vicinanza al potente di turno e non dal merito, allora il messaggio che passa è devastante: non serve essere preparati, serve conoscere la persona giusta. È questa cultura che va demolita.

Avvicinarsi a un partito dovrebbe significare sposarne le idee, contribuire a costruire un progetto, mettere a disposizione competenze, tempo e passione. Non dovrebbe mai significare mettersi in fila per reclamare privilegi, prebende, favori, incarichi o posizioni di potere. Ma c’è un’altra deriva, forse ancora più grave. Oggi assistiamo a una politica nella quale molti vogliono gli onori senza accettarne gli oneri. Ci si candida, si ambisce a diventare consigliere comunale, consigliere regionale, parlamentare, assessore. Si punta alla gestione della cosa pubblica. Ma lo si fa cercando di abbassare il rischio al minimo. Non ci si espone. Non si denuncia. Non si rompe con nessuno. Non si disturbano gli equilibri. Si mantiene un rapporto cordiale con tutti, si evita qualsiasi conflitto, si resta prudentemente nel mezzo, aspettando che sia il partito a garantire la carriera. Ma questa non è politica. Questa è gestione del consenso personale.

Chi sceglie di fare politica deve sapere che esistono onori, certo, ma soprattutto oneri. Bisogna avere il coraggio di denunciare ciò che non funziona, anche quando è scomodo. Bisogna assumersi responsabilità, esporsi, rischiare consenso, mettere in conto anche di perdere amicizie, rompere equilibri consolidati. Altrimenti si sta semplicemente occupando una poltrona. La verità è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo rappresentanti istituzionali che siedono nelle istituzioni da anni senza che il loro nome venga associato a una sola battaglia realmente coraggiosa. Nessuna denuncia capace di incrinare un sistema. Nessuna presa di posizione che abbia comportato un costo personale. Nessuna sfida agli apparati. Sono presenti, ma non incidono. Occupano il ruolo, ma raramente ne esercitano fino in fondo la funzione.

Intervengono quando il copione lo consente, quando la polemica è innocua, quando il gioco delle parti lo rende conveniente. Ma evitano accuratamente di entrare nelle questioni che possono compromettere rapporti, alleanze o future candidature. È la politica dell’assenza travestita da presenza. E allora la domanda è inevitabile: possiamo continuare così? Possiamo continuare ad avere partiti pieni di persone che chiedono e sempre meno persone che danno? Possiamo continuare a eleggere rappresentanti che non rischiano mai nulla? Possiamo ancora chiamare politica un sistema nel quale il coraggio viene sostituito dalla convenienza e la militanza dall’ambizione personale? La risposta è no. La politica tornerà credibile solo quando i partiti smetteranno di essere ascensori per ambizioni personali e torneranno a essere comunità di idee. E quando gli eletti comprenderanno che il loro valore non si misura dal ruolo che ricoprono, ma dalla capacità di esporsi, denunciare e combattere le ingiustizie, anche a costo di perdere consenso.

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