Editoriale | La sindrome del benaltrismo, il male che condanna la Calabria all’immobilismo

L’editoriale di Matteo Lauria – C’è una malattia che in Calabria non compare nei manuali di medicina, ma che da decenni produce effetti devastanti sullo sviluppo del territorio. Potremmo chiamarla la sindrome del benaltrismo. I sintomi sono sempre gli stessi: per anni si resta in silenzio, nessuno propone, nessuno discute, nessuno si assume la responsabilità di indicare una strada. Poi, finalmente, qualcuno mette sul tavolo un progetto. Ed è proprio in quel momento che il territorio si risveglia. Ma non per sostenerlo, migliorarlo o renderlo più efficace. Si risveglia per dire che bisognava fare altro.

È uno schema che si ripete con una puntualità impressionante.

Si parla di una nuova provincia? Immediatamente ne vengono richieste altre due. Si individua un possibile tracciato della nuova Statale 106? Ecco comparire quattro, cinque, sei alternative, tutte presentate come migliori della precedente. Si affronta la riorganizzazione della rete ospedaliera? Ogni città rivendica il proprio presidio, la propria specializzazione, il proprio diritto a non perdere nulla. Si propone un’aviosuperficie a Scalea? Puntualmente qualcuno chiede perché non debba essere realizzata anche nella Sibaritide, o in un’altra parte della regione.

Il risultato è sempre identico: nessuno riesce più a distinguere la proposta migliore. Ogni progetto genera immediatamente un controprogetto, ogni idea produce una controidea, ogni scelta viene sommersa da decine di alternative che raramente nascono per contribuire davvero al dibattito. Più spesso servono semplicemente a impedire che qualcuno decida.

È il trionfo del “sì, ma…”. Sì, ma si poteva fare altrove. Sì, ma c’è un’altra soluzione. Sì, ma prima bisogna risolvere quest’altro problema. E così, mentre il confronto si trasforma in un infinito esercizio teorico, il tempo passa e tutto rimane esattamente com’era.

Questa cultura produce un altro effetto, forse ancora più pericoloso. Chi governa, di qualunque colore politico, finisce inevitabilmente per inseguire il consenso. E quando davanti trova territori divisi, incapaci di esprimere una posizione comune, spesso sceglie la strada più semplice: rinviare. Perché investire risorse dove ogni decisione scatena una guerra interna? Perché assumersi il peso di una scelta quando gli stessi destinatari dell’opera non riescono a sostenerla?

Alla fine non perde il politico. Perde il territorio.

La verità è che in Calabria siamo diventati bravissimi a dividere ciò che dovrebbe unirci. Scambiamo il campanilismo per difesa del territorio e la contrapposizione permanente per partecipazione democratica. Ma una comunità matura non misura il proprio successo dal numero di proposte alternative che riesce a produrre. Lo misura dalla capacità di scegliere una direzione e sostenerla.

Naturalmente il confronto è indispensabile. Le idee vanno discusse, i progetti migliorati, gli errori corretti. Ma c’è una differenza enorme tra migliorare una proposta e paralizzarla. Tra partecipare e sabotare. Tra avanzare osservazioni e trasformare ogni occasione in una competizione tra territori.

Forse è proprio da qui che bisogna ripartire.

Ogni grande progetto dovrebbe essere preceduto da una fase di confronto vero, con tempi certi e regole chiare. Alla fine, però, bisogna decidere. E una volta assunta una decisione condivisa, il territorio dovrebbe fare squadra, anche se quella scelta non coincide perfettamente con le aspettative di tutti. Perché nessuna opera sarà mai perfetta per ogni comunità, ma l’assenza di opere è un danno certo per tutti.

La Calabria non ha bisogno di mille idee in competizione. Ha bisogno di alcune grandi idee sulle quali costruire consenso, responsabilità e visione comune.

Finché continueremo a soffrire della sindrome del benaltrismo, continueremo a vincere tutte le battaglie locali e a perdere, puntualmente, la guerra dello sviluppo. E sarà difficile chiedere conto alla politica delle occasioni perdute, se i primi a impedirne la realizzazione siamo proprio noi.

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