L’editoriale di Matteo Lauria – Dopo l’orrore dei quattro giovani uccisi, parlare di omertà non basta. Bisogna capire perché tanti cittadini non si sentono protetti.
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È una domanda scomoda, ma necessaria. Perché la paura è umana. Chi può dire di non averne? Sarebbe quasi innaturale il contrario. Ancora di più quando si assiste a episodi di una crudeltà estrema. Quando si vedono persone eliminate con una ferocia che sembra non avere limiti. Quando si comprende che qualcuno è stato capace di togliere la vita ad altri esseri umani e di cancellarne le tracce nel fuoco. Di fronte a tutto questo, la paura non è una colpa. Basta leggere il libro di Palamara per rendersi conto del livello di diffidenza che il cittadino ha o potrebbe avere nei confronti dello Stato o da chi lo rappresenta!
Quindi sarebbe il caso di chiedersi: il cittadino si sente davvero protetto quando decide di parlare? Per anni si è ripetuto che bisogna avere fiducia nelle istituzioni. È vero. Senza fiducia uno Stato democratico non può esistere. Ma la fiducia non si impone per decreto. Si conquista. E lo Stato deve avere il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie responsabilità.
Troppi cittadini raccontano di denunce finite nel nulla. Troppi raccontano di informazioni che, misteriosamente, sembrano arrivare a chi non dovrebbero arrivare. Troppi hanno la sensazione che esistano protezioni, favoritismi, zone grigie che indeboliscono la credibilità delle istituzioni.
Sono percezioni che possono essere fondate o meno nei singoli casi. Ma esistono. E ignorarle significa non capire il problema. Quando una persona sceglie il silenzio, non sempre lo fa per complicità. Molto spesso lo fa perché teme conseguenze per sé e per la propria famiglia. Teme di essere lasciata sola.
Per questo limitarsi a puntare il dito contro i cittadini rischia di essere un esercizio sterile. Perfino ipocrita. Lo Stato deve pretendere collaborazione, ma deve anche meritarsela. Deve garantire protezione, riservatezza, efficienza. Deve selezionare donne e uomini integri, incorruttibili, fedeli esclusivamente al giuramento prestato. Dal più semplice incarico fino ai vertici delle istituzioni.
Solo quando ogni cittadino sarà certo che chi indossa una divisa, chi rappresenta la legge o chi amministra la giustizia agisce con assoluta trasparenza e senza compromessi, allora si potrà parlare di omertà come di una scelta individuale. Fino ad allora, prima di accusare chi tace, sarebbe opportuno chiedersi perché abbia paura di parlare. Perché il silenzio, molto spesso, non nasce dalla complicità. Nasce dalla sfiducia. E la sfiducia, in uno Stato di diritto, è una sconfitta che riguarda tutti.






