L’intervento | Tribunale di Rossano: il silenzio dei giusti davanti allo scempio della storia. Dalla culla del diritto alla chiusura, il declino di una comunità.

L’intervento dell’Avvocato Antonio Campilongo – ​Rossano non è solo un luogo; è un pilastro della civiltà mediterranea. Terra di Santi come Nilo e Bartolomeo, custode del Codex Purpureus, quel tesoro di inestimabile valore riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La nostra città ha sempre rappresentato un faro di spiritualità, cultura e giustizia. È una terra che ha forgiato papi e intellettuali, che ha dettato legge per secoli e che nel diritto ha sempre trovato uno strumento di civiltà. Eppure, proprio qui, si è consumato un crimine contro la democrazia: il nostro Tribunale è stato chiuso. Non è stato un mero taglio tecnico, ma un’operazione premeditata e illecita, un’ingiustizia lucida volta a cancellare l’autonomia di una città che, per la sua storia millenaria, avrebbe dovuto essere protetta, non smantellata. ​Davanti a questo scempio, che umilia l’eredità di chi ci ha preceduto e offende la nostra identità, colpisce la reazione della cittadinanza: un silenzio rassegnato, una passività che ferisce più dell’atto stesso.
​«Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!». Il verso dantesco risuona oggi con una potenza amara. La città del Codex, la culla di una sapienza antica, sembra aver smarrito la spina dorsale, accettando la soppressione del presidio di giustizia come un destino ineluttabile.
​La rassegnazione è il veleno che paralizza la nostra voce. Quando una comunità che ha saputo illuminare la storia rinuncia a difendere il proprio presidio di legalità, essa non sta solo perdendo un ufficio giudiziario: sta rinunciando a essere soggetto della propria storia, riducendosi a comparsa in un teatro governato da chi ignora il valore delle radici.
​L’illegalità premeditata di chi ha soppresso il Tribunale di Rossano ha trovato il suo miglior alleato nella nostra indifferenza. Abbiamo lasciato che la dignità di questa terra venisse calpestata, barattando il coraggio con un quieto vivere che è, in realtà, la capitolazione definitiva.
​Non è il momento della nostalgia, ma della memoria attiva. Se non torniamo a essere gli orgogliosi custodi di quella grandezza – quella di Nilo, di Bartolomeo, dell’arte universale che conserviamo – non potremo stupirci se ci verrà tolto ancora altro. Il silenzio non è saggezza; è la condanna che noi stessi firmiamo contro il nostro futuro.

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