Editoriale | Quando i poteri politico-sindacali ed economici si allineano, i lavoratori restano soli

L’editoriale di Matteo Lauria – Per anni ci hanno raccontato che la flessibilità avrebbe modernizzato il mercato del lavoro. Che avrebbe creato opportunità, favorito le assunzioni, reso più competitivo il sistema produttivo. La realtà, però, è sotto gli occhi di tutti.

Oggi milioni di lavoratori del settore privato vivono una condizione di debolezza che fino a qualche decennio fa sarebbe stata impensabile. Contratti precari, salari insufficienti, orari spesso incompatibili con una vita dignitosa, ricatti più o meno espliciti e una crescente difficoltà nel far valere i propri diritti.

Nel frattempo, molte delle tutele che avevano caratterizzato il mondo del lavoro sono state progressivamente ridimensionate. La capacità di contrattazione si è indebolita. Il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore si è sbilanciato sempre di più a favore del primo. E chi lavora sa bene che spesso basta poco per diventare sostituibili.

Gli unici che ancora possono contare su una protezione relativamente solida sono, in larga parte, i dipendenti pubblici. Nel settore privato, invece, la parola d’ordine è diventata adattarsi. Accettare. Resistere.

La domanda che pochi hanno il coraggio di porre è semplice: chi ha consentito tutto questo?

Perché il progressivo indebolimento delle tutele non è avvenuto per caso. È stato il risultato di scelte politiche, economiche e culturali maturate nel corso degli anni. E qui emerge un tema che molti preferiscono ignorare: la crescente vicinanza tra potere economico, potere politico e rappresentanza sindacale.

Non serve immaginare complotti. Basta osservare i fatti. Da decenni esiste un continuo passaggio di figure tra sindacati e politica. Sindacalisti che diventano parlamentari. Parlamentari che costruiscono il proprio consenso attraverso le organizzazioni sindacali. Percorsi legittimi, certamente. Ma che inevitabilmente alimentano un interrogativo: chi controlla chi?

Quando i soggetti che dovrebbero rappresentare interessi diversi finiscono per condividere gli stessi ambienti, gli stessi rapporti e spesso le stesse prospettive, il rischio è che si attenui la capacità di conflitto e di difesa dei più deboli.

E mentre questo accade, lo sfruttamento continua a prosperare. Dai salari che non consentono di arrivare a fine mese fino alle forme più estreme di abuso, come il lavoro nero e il caporalato. Fenomeni diversi, ma figli di una stessa cultura: quella che considera il lavoratore un costo da comprimere anziché una persona da tutelare.

L’aspetto più paradossale è che spesso a proclamarsi difensori dei lavoratori sono proprio coloro che fanno parte di questo sistema di relazioni e di potere. Si organizzano convegni, si pronunciano discorsi solenni, si promettono battaglie. Poi la realtà resta immutata.

Forse la vera questione non è capire perché esista lo sfruttamento. La vera questione è capire perché, nonostante tutti dicano di combatterlo, continui a essere così diffuso.

E forse la risposta sta proprio lì: quando i poteri si allineano, chi dovrebbe essere difeso rischia di non avere più nessuno disposto a rappresentarlo davvero.

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