L’editoriale di Matteo Lauria – Capita sempre più spesso di leggere sentenze di assoluzione, annullamenti di provvedimenti, archiviazioni o decisioni giudiziarie dalle quali emerge che un cittadino, un imprenditore o un amministratore è stato sottoposto per anni alle conseguenze di un’azione pubblica rivelatasi infondata, illegittima o comunque errata. Procedimenti che compromettono reputazioni. Attività sospese. Aziende danneggiate. Concorsi annullati. Autorizzazioni negate senza valide ragioni. Sanzioni cancellate dopo anni di contenzioso. Carriere interrotte e famiglie costrette a sostenere costi legali e personali difficilmente recuperabili. Quando alla fine viene riconosciuto un risarcimento, la domanda dovrebbe essere inevitabile: chi paga?
La risposta immediata è semplice: paga la Pubblica amministrazione. E, dunque, pagano i cittadini. Il risarcimento viene corrisposto attraverso risorse pubbliche, alimentate dalle imposte. Il danno provocato da una decisione amministrativa illegittima non ricade, almeno inizialmente, su chi ha istruito la pratica, firmato il provvedimento, ignorato un parere, omesso un controllo o perseverato in una scelta manifestamente sbagliata. Ricade sulla collettività. Ma può finire tutto così?
Il nostro ordinamento, in realtà, già prevede forme di responsabilità personale dei funzionari pubblici. La Costituzione stabilisce che funzionari e dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti. Esistono inoltre la responsabilità disciplinare, quella civile, quella dirigenziale e la responsabilità amministrativo-contabile per danno erariale, generalmente collegata a condotte dolose o gravemente colpose.
Pertanto, quando una Pubblica amministrazione è condannata a risarcire un danno, quella somma può costituire un danno per l’Erario. In presenza dei presupposti previsti dalla legge, può essere avviata un’azione davanti alla Corte dei conti nei confronti del soggetto responsabile. Il punto politico e culturale, tuttavia, è un altro: quanto spesso ciò avviene realmente? E soprattutto, quanto è trasparente questo passaggio?
Quando un ente pubblico paga centinaia di migliaia di euro per una decisione illegittima, il cittadino dovrebbe poter sapere se sia stata effettuata una verifica interna. Dovrebbe sapere se il caso sia stato trasmesso agli organi competenti, se siano state individuate le responsabilità, se vi siano state conseguenze disciplinari e se sia stata esercitata, quando ne ricorrevano le condizioni, un’azione di recupero.
Non per alimentare una caccia al funzionario e neppure per trasformare ogni errore in una colpa personale. Chi amministra deve poter decidere. E decidere significa anche assumere il rischio di una valutazione che, successivamente, possa essere giudicata non corretta. Una Pubblica amministrazione paralizzata dalla paura della firma sarebbe inefficiente quanto un’amministrazione irresponsabile. Occorre quindi distinguere l’errore scusabile dalla negligenza grave.
Un conto è adottare una decisione ragionevole sulla base di norme ambigue, informazioni incomplete o orientamenti giurisprudenziali contrastanti. Altro conto è ignorare consapevolmente la legge, non leggere gli atti, omettere accertamenti elementari, disattendere ripetutamente pronunce dei giudici, utilizzare il potere pubblico con superficialità oppure firmare provvedimenti senza valutarne le conseguenze.
La discrezionalità amministrativa non può diventare irresponsabilità. La complessità normativa non può trasformarsi in un alibi universale. E il fatto che il risarcimento venga materialmente pagato dallo Stato non può interrompere ogni ricerca delle cause e delle responsabilità.
Quando il costo dell’errore è sempre collettivo, infatti, si crea un evidente problema di incentivi. Nel settore privato, una decisione gravemente sbagliata produce normalmente conseguenze per chi l’ha assunta: economiche, professionali o organizzative. Nel settore pubblico, invece, può accadere che il risarcimento venga contabilizzato come una voce di bilancio, senza che nulla cambi per chi ha materialmente provocato il danno. È qui che nasce nei cittadini la sensazione di una Pubblica amministrazione talvolta approssimativa: non necessariamente perché i dipendenti pubblici siano meno capaci o meno coscienziosi degli altri lavoratori, ma perché il sistema appare incapace di collegare in maniera visibile la decisione alle sue conseguenze.
La responsabilità personale, però, non dovrebbe significare automaticamente che il funzionario debba pagare ogni volta che un provvedimento viene annullato. Una simile impostazione produrrebbe soltanto burocrazia difensiva, rinvii, dinieghi e immobilismo. Servirebbe, piuttosto, un meccanismo ordinato e obbligatorio di verifica.
Ogni volta che una Pubblica amministrazione è condannata in via definitiva a risarcire un danno di importo significativo, dovrebbe essere aperta una relazione interna che ricostruisca il procedimento, individui le cause dell’errore e valuti l’eventuale presenza di dolo, colpa grave, omissioni di controllo o violazioni disciplinari. L’esito della verifica dovrebbe essere formalizzato. Quando emergono elementi rilevanti, gli atti dovrebbero essere trasmessi tempestivamente alla procura regionale della Corte dei conti e agli organi disciplinari. Quando invece si ritiene che non vi siano responsabilità personali, tale conclusione dovrebbe essere motivata.
Non si tratta soltanto di recuperare denaro. Si tratta di imparare dagli errori. La responsabilità, infatti, non è vendetta. È uno strumento di buona amministrazione. Serve a evitare che lo stesso errore si ripeta, a migliorare i procedimenti, a responsabilizzare la dirigenza e a restituire fiducia al cittadino. Occorre inoltre interrogarsi sulle responsabilità organizzative. Dietro un provvedimento sbagliato non c’è sempre un unico funzionario. Possono esserci uffici sottodimensionati, carichi di lavoro insostenibili, norme contraddittorie, assenza di formazione, sistemi informatici inadeguati e catene decisionali nelle quali tutti partecipano ma nessuno risponde.
Attribuire ogni danno all’ultimo dipendente che ha firmato sarebbe ingiusto e persino controproducente. La responsabilità deve risalire anche a chi dirige, organizza, controlla e assegna le risorse. Non si può pretendere precisione assoluta da un ufficio lasciato senza personale e poi individuare un capro espiatorio quando qualcosa va storto. Ma proprio per questo servono istruttorie serie, non automatismi e neppure silenzi. Il principio da affermare dovrebbe essere chiaro: quando la Pubblica amministrazione sbaglia, il cittadino deve essere risarcito rapidamente; quando il danno deriva da una condotta gravemente negligente o intenzionale, la collettività non può essere lasciata sola a pagarne il prezzo; quando l’errore nasce da carenze strutturali, devono risponderne anche i livelli organizzativi e politici che non le hanno affrontate.
Il denaro pubblico non è denaro di nessuno. È denaro di tutti. Ogni risarcimento pagato per un comportamento illegittimo significa minori risorse per scuole, sanità, sicurezza, infrastrutture e servizi sociali. Per questo non è sufficiente registrare la spesa e chiudere il fascicolo. La vera riforma non consiste nell’introdurre una responsabilità personale che, almeno nei suoi principi fondamentali, esiste già. Consiste nel renderla effettiva, proporzionata, trasparente e sistematicamente verificata.
Proteggere chi decide correttamente, anche quando assume scelte difficili. Formare e assicurare adeguatamente i funzionari. Distinguere l’errore ragionevole dalla colpa grave. Ma, nello stesso tempo, impedire che superficialità, omissioni e abusi vengano sempre coperti dal bilancio dello Stato. Perché uno Stato autorevole non è quello che non sbaglia mai. È quello che, quando sbaglia, risarcisce il cittadino, individua le cause e si assume fino in fondo la responsabilità delle proprie decisioni.
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