L’ingerenza della magistratura e l’omertà su Castrovillari: le due verità che il dibattito su Corigliano Rossano continua a ignorare

L’editoriale di Matteo Lauria – C’è un confine che ogni istituzione dovrebbe rispettare. È quello che separa i poteri dello Stato, ne garantisce l’equilibrio e preserva la credibilità delle istituzioni agli occhi dei cittadini. Quando quel confine viene oltrepassato, il rischio non è soltanto quello di alimentare polemiche politiche, ma di incrinare un principio fondamentale della nostra democrazia: la distinzione dei ruoli. È ciò che sta accadendo, ancora una volta, sul dibattito relativo alla riapertura del Tribunale di Rossano.

Che l’Associazione Nazionale Magistrati, presidenti di Corti d’Appello o altri rappresentanti della magistratura esprimano valutazioni sull’opportunità politica di riaprire o meno un tribunale rappresenta, quanto meno, una scelta discutibile. Nessuno mette in discussione il diritto di ciascun cittadino ad avere opinioni. Ma qui non siamo di fronte a semplici cittadini. Siamo di fronte a soggetti che esercitano una funzione costituzionale delicatissima, chiamati ogni giorno a garantire imparzialità, equilibrio e indipendenza.

E proprio per questo motivo sarebbe opportuno che evitassero di intervenire su decisioni che appartengono esclusivamente alla sfera politica. Stabilire se un tribunale debba essere aperto, chiuso o riaperto non è una competenza della magistratura. Lo decide il Parlamento, lo decide il Governo, lo decide la politica, assumendosene tutte le responsabilità.

Quando invece associazioni di categoria della magistratura o vertici giudiziari intervengono pubblicamente per orientare il dibattito, inevitabilmente finiscono per esercitare un’influenza che va ben oltre una semplice opinione. E ciò diventa ancora più delicato quando gli stessi soggetti sono già intervenuti su questioni eminentemente politiche, come accaduto nel referendum sulla separazione delle carriere, dove l’Associazione Nazionale Magistrati ha assunto una posizione apertamente schierata.

È legittimo domandarsi dove finisca il diritto di parola e dove inizi l’attività politica. Perché delle due l’una: o si fa politica, e allora ci si sottopone al giudizio degli elettori candidandosi; oppure si esercita una funzione che, proprio per la sua natura, dovrebbe mantenersi distante dalla contesa politica. Il rispetto reciproco tra i poteri dello Stato non è una formalità istituzionale. È una garanzia democratica.

Ma se questo è il primo elemento che dovrebbe far riflettere, ce n’è un secondo che, nel dibattito sul Tribunale di Rossano, appare ancora più inquietante. Da settimane assistiamo a una corsa alle dichiarazioni. Parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, associazioni, ordini professionali, sindacati: tutti intervengono sulla necessità di riaprire il tribunale della Sibaritide. Ognuno rivendica impegno, sensibilità, vicinanza al territorio.

Eppure c’è una domanda che nessuno pone. Una domanda semplice. Se nel 2012 si sostenne che il Tribunale di Castrovillari fosse perfettamente in grado di assorbire anche il bacino di utenza di Rossano, perché oggi si chiede allo Stato un investimento di oltre dieci milioni di euro per ampliarlo? Qui non si tratta di opinioni. Si tratta di numeri.

Il Palazzo di Giustizia di Castrovillari fu progettato per servire un comprensorio di circa 120 mila abitanti. Con la soppressione del Tribunale di Rossano quel bacino raddoppia improvvisamente, arrivando a circa 240 mila cittadini. All’epoca, però, si raccontò che non esisteva alcun problema logistico. Anzi. Si sostenne che gli spazi fossero addirittura sovrabbondanti, sufficienti ad accogliere magistrati, personale amministrativo, avvocati e utenza provenienti da Rossano.

Fu uno degli argomenti principali utilizzati per giustificare l’accorpamento. Oggi, invece, scopriamo che quegli stessi locali non bastano più. Che servono nuovi uffici. Che occorrono ampliamenti. Che bisogna investire oltre dieci milioni di euro. Le conclusioni possibili sono due. O allora fu raccontata una verità che non corrispondeva alla realtà.

Oppure oggi si sta costruendo una nuova narrazione. Una delle due versioni non può essere vera. Eppure nessuno sembra voler affrontare questa contraddizione. Nessuno la richiama. Nessuno la denuncia. Nessuno la inserisce nel dibattito pubblico. È come se su questa vicenda fosse calato un silenzio impenetrabile. Un’omertà istituzionale che sorprende ancora di più perché nasce proprio in quella fascia ionica che per anni ha denunciato l’ingiustizia subita.

È forse questo l’aspetto più grave. Non la battaglia per Rossano, che è legittima. Non il confronto politico, che è naturale. Ma la rinuncia collettiva alla verità. Perché senza verità non esiste giustizia. E senza il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, anche le migliori battaglie rischiano di trasformarsi in esercizi di retorica.

La questione del Tribunale di Rossano non può essere affrontata ignorando il “caso Castrovillari”. Le due vicende sono inscindibili. La chiusura dell’uno ha modificato struttura, competenze e organizzazione dell’altro. Fingere che ciò non sia accaduto significa raccontare una storia incompleta.

Ed è proprio questo che oggi colpisce di più: il fatto che quasi tutti parlino del tribunale da riaprire, mentre quasi nessuno abbia il coraggio di parlare del tribunale che, secondo la versione ufficiale di allora, era già perfettamente adeguato e che oggi, invece, chiede milioni di euro per poter svolgere quel ruolo. Il silenzio, a volte, racconta molto più delle parole. E in questa vicenda il silenzio di tanti rischia di diventare la prova più evidente di una verità che nessuno vuole affrontare.

 

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